“L’intelligenza sarà un servizio pubblico come l’elettricità o l’acqua. La gente la comprerà da noi, a consumo, e la userà come vuole.”
Lo dice Sam Altman, capo di OpenAI. Quello di ChatGPT.
Bella promessa. Ma dentro il capitalismo, quando la tecnologia avanza, gli standard qualitativi e produttivi salgono. Per chi lavora, però, è un’altra storia.
Marx già lo vedeva: la tecnologia non libera l’operaio. Intensifica il suo lavoro. Gli allunga la giornata. Taylor, il padre del taylorismo, lo organizzò scientificamente: cronometri, marcatempo. Si misurava il massimo numero di pezzi in un dato lasso di tempo, e quello diventava lo standard. L’operaio doveva diventare un ingranaggio tra ingranaggi. La sua salute? Contava zero.
Lo stesso succede oggi nel lavoro di cura. Negli ultimi anni sono aumentati gli standard di pulizia. Case più pulite, luoghi comuni più puliti, persone più curate. Sano e giusto, sì. Ma il lavoro produttivo resta alienante. E il lavoro di cura, per stare dietro a tutto, si appoggia su eserciti di riserva: colf, badanti, infermieri. Vengono da paesi fuori dall’UE. Pagati poco. Sfruttati.
E la tecnologia? Non è impiegata al meglio. Le innovazioni sono poche: migliorie di roba degli anni ‘50 e ‘60. Lavatrice, lavastoviglie, microonde. Oggi l’aspirapolvere Dyson (caro) o l’air fryer (un fornetto potente). Non ci sono robot che caricano e scaricano la lavatrice. Non perché sia impossibile ma perché il capitale non ha interesse a sostituire un esercito di riserva che costa poco.

Persino la famiglia viene ricalibrata per essere più produttiva. La famiglia borghese mononucleare lascia il posto a forme fluide altrettanto borghesi. Anche il poliamore – che pure nasce da desideri di liberazione – viene inghiottito e trasformato in stile di vita reificato. Il capitalismo non ama l’amore libero. Ama la frammentazione, la mobilità, l’individuo che consuma relazioni come prodotti.
Tecnologie, produzione, cura: hanno un comune denominatore. Il lavoro.
Il lavoro è l’attività con cui trasformiamo la natura e noi stessi. Ma quando lo facciamo solo per sopravvivere, senza controllo su ciò che produciamo, non ci realizziamo. Diventiamo estranei a noi stessi. Ingranaggi di una macchina che non ci appartiene.
Noi ci diciamo comunist3 per uscire da questa meccanizzazione. Se il lavoro trasforma il mondo e, in ottica non antropocentrica, trasforma anche l’umano, allora noi vogliamo che quella trasformazione sia DEMOCRATICA.
Il capitalismo produce miseria perché è la dittatura di un pugno di uomini sulla maggioranza. E trasforma la tecnologia, la produzione, la cura non per migliorare la vita di tutti. Ma per permettere e consolidare il dominio di quel pugno.
Ora Altman ci dice: l’intelligenza diventerà una commodity quantificabile, una risorsa da comprare a consumo. Ma se è una commodity, deve essere definita con precisione. Così un concetto complesso e sfaccettato – l’intelligenza – verrà appiattito in una definizione monodimensionale. Uno slittamento semantico. Un’operazione del capitale. L’utopia di mercato di Altman, l’intelligenza come acqua, è in realtà la sua caricatura: NON ACQUA PER TUTT3, MA UN CONTATORE PER OGNI RAGIONAMENTO.
Produzione e riproduzione hanno avuto le loro soggettività subalterne. Poi rivoluzionarie. E le loro teorie. La tecnologia innerva ogni forma di lavoro. Nel capitalismo rende più efficiente lo sfruttamento, sia del lavoro produttivo sia di quello di cura.
Discorsi e pratiche rivoluzionarie che mettono al centro la tecnologia si sono susseguiti per decenni. Dai tang ping al luddismo. Dall’operaismo all’accelerazionismo. Dal cyberfemminismo allo xenofemminismo.
Tutti hanno posto una domanda. La stessa.
Chi controlla gli strumenti con cui trasformiamo il mondo?
Noi rispondiamo con la nostra proposta: nessun padrone. Nessun algoritmo proprietario. Nessuna intelligenza a pagamento.
Vogliamo macchine che riducano il lavoro, non che lo intensifichino. Automazione per la cura, non per il profitto. Decisioni collettive su cosa produrre, come produrlo, chi ne beneficia.
Walter Benjamin lo aveva capito prima di tutti. Quasi un secolo fa, in un famoso saggio, scrisse parole che oggi sembrano scolpite per noi:
“L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dei dell’Olimpo, ora lo è diventata per sé stessa. La sua autoestraniazione ha raggiunto un livello che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim’ordine.”
Ecco cos’è il fascismo, diceva Benjamin: l’estetizzazione della politica. Il nemico trasforma la guerra in uno spettacolo, la distruzione in una bellezza, la morte in un brivido. Fiat ars – pereat mundus: che l’arte sia fatta, anche se il mondo perisce. Avete presente Trump? Beh, eccoci qua.
Oggi quel fascismo ha cambiato volto, ma non sostanza. Uno dei suoi nomi è Palantir. L’azienda di Peter Thiel e Alex Karp ha appena lanciato un manifesto in 22 punti: «La Repubblica tecnologica». Il messaggio è chiaro. L’era della deterrenza atomica è finita. Ora tocca all’IA. La Silicon Valley ha un debito morale verso la nazione: costruire armi intelligenti, sorvegliare ogni movimento, normalizzare la guerra come software. Thiel parla di apocalisse, Karp vuole ingegneri soldato. Il Pentagono risponde entusiasticamente e firma assegni da dieci miliardi.
Di fronte a questo, il tecno-comunismo non può limitarsi a guardare. La nostra risposta è la democratizzazione della tecnologia. Non accettiamo che l’intelligenza diventi un’arma, un servizio a consumo, un privilegio da padroni. Vogliamo macchine che curino, non che uccidano, e automazione che liberi tempo, non che intensifichi lo sfruttamento. Le decisioni su ogni strumento che trasforma il nostro mondo devono essere collettive.
Il nemico ha scelto la guerra come mercato per salvare sé stesso e il sistema intero. Noi scegliamo la cura come proposta programmatica.
Ma un serio discorso sulla riappropriazione dei mezzi di produzione non esiste senza costruire, passo dopo passo, palmo a palmo, millimetro dopo millimetro, i rapporti di forza.
I nemici si prendono i loro spazi. Sempre. Non staranno a guardare.
Il capitalismo è un sistema che va in crisi sistematicamente. Ha bisogno di produrre, consumare, schiacciare umani ed ecosistemi. Spremere fino all’ultima goccia di sangue, linfa, sudore. Qualsiasi cosa possa mettere a profitto.
Allora il compito delle compagne e dei compagni è questo.
Primo: mettere le mani in pasta. Capire cosa si nasconde dietro le interfacce. Provare sistemi nuovi, sperimentarli. Con rigore mentale e ideologico, per non cadere nelle trappole da adolescenti libertari.
Secondo: costruire connessioni. Organizzarsi. Agitarsi. Serve un sistema inedito, capace di muoversi sia sotterraneamente che alla luce del sole. Che porti le masse in piazza. Che sappia scontrarsi con chi si frappone tra noi e la democratizzazione della tecnica: amministratori grigi, burocrati, padroni, poliziotti, sfruttatori.
Le sponde istituzionali? Possiamo usarle. Servono infiltrati – non governisti, non riformisti del patetico spettacolo parlamentare. Gente che collabora con chi lotta, senza farsi inghiottire.
Il tecno-comunismo non è un discorso inedito. È un già sentito. Ma vuole ripartire da ciò che sappiamo con inedita forza. La tecnica deve essere nostra. Punto. Non a consumo. Non come servizio. Non come arma. Nostra.





Ottimo articolo 🔥
Ho trovato molto interessante la riflessione sul ruolo politico della tecnologia. Mi convince meno, invece, il passaggio sugli algoritmi proprietari. Un algoritmo non nasce dal nulla: è il risultato di anni di ricerca, tentativi, competenze e lavoro umano. Perché lo Stato dovrebbe limitarne o addirittura negarne la proprietà, invece di fare ciò che oggi fa troppo poco, cioè affiancare ricercatori e imprese fin dalle prime fasi dello sviluppo?
Secondo me la sfida non è sostituire il privato, ma costruire uno Stato capace di fare politica industriale: investire, condividere il rischio, mettere in rete università, ricerca e imprese, trattenere nel Paese il valore generato e solo dopo intervenire come regolatore del mercato. Così la tecnologia rimane il frutto del lavoro di chi la sviluppa, ma smette di dipendere esclusivamente dalla capacità dei grandi capitali di finanziarla.